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Elio, l’adolescente sfigato di Tapparella

personaggi-disadattati-elioSettembre è il mese del ritorno sui banchi scolastici. Chi di noi non ha amato quel momento in cui bisogna abbandonare la spensieratezza delle vacanze per tornare a svegliarsi presto, essere sommersi di compiti da fare, tra professori esigenti, compagni odiosi e momenti di autentico disagio?

C’è una canzone che descrive perfettamente lo stato d’animo di un adolescente emarginato, nel momento potenzialmente peggiore per un essere umano: il periodo delle medie.

Il brano in questione è opera di Elio e le Storie Tese e parla di un ragazzino che desidera andare a una festa organizzata dai compagni delle medie che, manco a dirlo, non se lo filano minimamente. Lui, desideroso di uscire dal proprio isolamento forzato, le prova tutte per esserci, finendo per autoinvitarsi.

Porta i dischi per far ballare i lenti, gli altri li prendono ma non lo fanno entrare. Al gioco della bottiglia spera di limonare con una ragazza ma non lo fanno giocare. Propone cose da fare e gli dicono di non rompere i maroni.

A quel punto inizia a ballare da solo, da “fantastico zimbello”, mettendosi ad elencare tutto ciò che di quella festa gli fa schifo. Momenti che tutti vorrebbero vivere e ricordare.

Però è bella l’adolescenza eh! Se sopravvivi a tutte le cattiverie che ti riserva.

2013. Odissea nei parenti – parte I

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La domenica è un giorno particolare. C’è chi riposa dopo una settimana di duro lavoro, chi dorme fino a tardi dopo i bagordi da “Saturday Night Fever” appena trascorsa e chi, suo malgrado, lavora. Per Baudelaire – citato da Samuele Bersani in “Lolita” – la domenica fa vomitare, forse per motivi di generale noia. Per me e Daniele domenica significa una sola cosa: l’ennesima giornata di merda, senza riposo e senza post divertimenti del sabato sera, infarcita il più delle volte da parentame proveniente dai quattro angoli del pianeta!

– Ale, non ho ben capito come vuoi impostare la cosa graficamente.
Dani, avrei diverse idee, ma ne dovremmo parlare faccia a faccia. Sei libero stamattina?
– Teoricamente sì (del resto chi ha una vita sociale?) ma ora sono a casa dei miei zii a sistemare il loro pc. Ti va di raggiungermi qui?
– Ok, arrivo subito.

Domenica mattina alle prese con una pagina web da sistemare. Ci mettiamo a lavorare con tanta buona volontà, quando a un certo punto entra nella stanza la zia di Daniele…

– Alessia, ti fermi a pranzo con noi?
– Ecco, io veramente…
– Su su, ci fa piacere. Oggi siamo solo in quindici, facci compagnia!
– …
– Bene, aggiungo un altro posto.

All’una siamo tutti schierati lungo l’enorme tavolata di parenti. Il pranzo scorre tranquillo fino al momento dell’inevitabile. Un parente di Daniele apre le danze con l’immancabile domanda che prima o poi arriva sempre, dando inizio a uno dei tanti soliti dialoghi deliranti domenicali. Una-domanda-soltanto. Letteralmente capace di provocare uno tsunami dagli effetti devastanti. Almeno per me e Daniele.

– Alessia, tu cosa fai nella vita?

Di nuovo la solita sensazione di imbarazzo/sudorefreddo. Guardo con fare disperato Daniele, che mi risponde con sguardo compassionevole, esortandomi a rispondere.

– Io, ecco, scrivo…
– …
– …
– Ah… quindi come Daniele… stai al pc…
– Sì, noi facciamo…
– Io glielo dico sempre a Daniele di cercare un lavoro serio, ma lui sta lì a disegnare per ore. Alla sua età poi.
– Perché non prendi esempio da Carla che ha trovato un lavoro a tempo indeterminato?
– Beh, nel nostro settore non è facile avere stabilità, ma ci stiamo provando.
– Figurarsi, passare il tempo a fare disegni, che si campa con questo ora?
– Sì, è possibile vivere di questo!
– Ho saputo che la figlia del macellaio si è sposata con un giovane di un paese vicino. Almeno lei si è sistemata! Tu, Alessia, sei sposata?
– No.
– Ah. Ma non hai già 30 anni?
– Eh, sì, da un po’.
– Ah. E figli pensi di averne?
– Veramente non lo so…
– Beh l’orologio biologico passa eh. Avete saputo di Gianna che è incinta di due gemelli?
– Ma il marito non è in cassa integrazione?
– No, ha proprio perso il lavoro! Gli daranno forse la disoccupazione.
– E scusate, come li mantengono i figli?
– Un modo si trova sempre. Siamo nelle mani di Dio!
– Noi, siamo nelle nostre mani. E non stiamo messi tanto bene!
– Daniele, non essere pessimista come al solito! Dovresti lasciar perdere i sogni e cercare un lavoro vero.
– Questo è un lavoro vero!
– Ah sì, e da quando giocare a Farmville è un lavoro?
– Ma io non gioco a Farmville!
– Dovresti comunque lasciar perdere i disegni. Hai voluto fare l’Accademia delle Belle Arti e guarda ora che miseria di vita fai. Avresti dovuto studiare economia.
– Io sono laureata in economia e sono precaria come Daniele. I tempi sono difficili, non è colpa della facoltà scelta.
– Credo tu abbia ragione, Alessia. È proprio l’università a essere inutile. Era meglio imparare un mestiere!
– O arruolarsi. Perché non hai voluto fare il militare, Daniele?
– Oddio, ma mi ci vedi zio?
– Adesso avevi stabilità e potevi essere fiero di servire la Patria.
– Abbiamo opinioni diverse in materia.
– La tua è sicuramente sbagliata.
– No, ma è bello il confronto aperto.
– Voi giovani d’oggi sapete solo lamentarvi! Noi abbiamo lavorato, voi no!
– Come il tuo amico Mario? In pensione a 40 anni con pochi anni di contributi?
– Beh, ha approfittato di un cavillo della legge…
– Evviva i meriti! Evviva il duro lavoro! Dovrei invidiarlo?
– Certo! Ha uno stipendio fisso lui, tu no.
– Grande lavoratore, da esserne orgogliosi eh!
– Almeno lui guadagna.
– Perché io no?
– Con quei due disegnini che fai? Ma per piacere!
– …
– Almeno trovati una fidanzata!
– Oddio, vi prego, basta!!!
– Comunque buona la carne. Proprio gustosa! Ma avete saputo chi è morto questa settimana?

– Dani, anche da te fanno i necrologi domenicali?
– Uh sì, immancabilmente! Tra un po’ arriverà pure l’elenco delle malattie incurabili.
– Come a casa mia! Ma perché uno deve angosciarsi così ogni domenica?!
– Non chiederlo a me!

– Eh davvero una brutta morte, molto dolorosa tra l’altro… chi mi passa l’insalata?
– Sì, guarda terribile. Ma hai saputo della cugina di Franco? Ha scoperto un brutto male…
– Non mi dire! Povera donna… cosa c’è per dolce?

– A me è passato l’appetito, Dani.
– A me non viene mai la domenica.

 

DLIN DLON. Un suono familiare, proveniente dalla porta, spezza per un attimo il flusso interminabile di parole e frasi gettate nel mucchio con una potenza devastante. Chi sarà mai l’artefice di quel suono che rappresenta una speranza di tregua per i due amici? Lo scoprirete nella seconda parte del racconto.

Cultura Disadattata: pillole di resistenza artistica

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Come resistere alle difficoltà della vita? Come sopravvivere alla mediocrità della società nella quale viviamo? Come dare senso al non senso della classe dirigente che da anni prova a insultare la nostra intelligenza? Come evitare di sentirsi soli, isolati, gli ultimi degli sfigati? L’unica risposta, l’unico rimedio, l’unica speranza (almeno per noi) è la cultura.

Di fronte a una vita disadattata, solo l’arte – nel senso più ampio del termine – può salvarci. Così, noi disadattati di questo desolante millennio, abbiamo deciso di condividere con voi la nostra arma consolatoria.

Che sia un libro, una canzone, un film, un fumetto, un’opera d’arte, non importa. L’importante è condividerla con chi, come noi, ha subito e subisce il disagio di essere al posto sbagliato nel momento sbagliato e, probabilmente, nella vita sbagliata.

La cultura resta l’unica possibilità di rispondere alla tristezza cosmica delle nostre vite disadattate. In alternativa, c’è solo il prozac.

La maledizione della zingara

disegniDaniele Mastini – testoAlessia Mendozzi

la maledizione della zingara

C’eravamo lasciati con la corrente elettrica che saltava, facendo spegnere il computer del povero Daniele esattamente pochi secondi prima di fare “salva” a un lavoro che stava ultimando… ci ritroviamo qui terrorizzati per la consapevolezza data dall’aver scoperto l’origine delle nostre sfighe: la maledizione della zingara.

Questo ricordo comune risale a molti anni fa…
Era un sabato pomeriggio come tanti e i nostri due sfigati eroi stavano facendo la spesa con i genitori. Il gettone del carrello era il prezioso tesoro che entrambi conservavano con gelosia, premio monetario che si traduceva nella domenicale busta di patatine con sorpresa gommosa per Daniele e pacchetti di figurine di “Mila & Shiro” per Alessia.

D’improvviso una voce giunse alle loro spalle. Una donna di mezza età, con rughe pronunciate sul volto e uno sguardo sinistro dietro un sorriso poco rassicurante, apparve. Un fazzoletto sfilacciato copriva i suoi lucidi capelli nero corvino che spuntavano a ciocche rigide sul suo viso dall’espressione arcigna. Dai lobi delle orecchie penzolavano degli orecchini che nemmeno “Cioè” avrebbe propinato ai suoi brufolosi lettori. Muoveva le mani per far tintinnare i braccialetti ai polsi, tagliando il vento con le unghie che avrebbero fatto impallidire persino Gail Devers. Indossava una veste rossa appariscente, scollata su un seno prosperoso che strabordava in buona parte dalla veste stessa, come nella migliore tradizione dell’epoca: i video di Sabrina Salerno.
– Gioie!
– Ehm… buonasera.
– Gioie, datemi la moneta del carrello.

A quella richiesta, un terrore atavico si impossessò di loro. Dare quella preziosa 500 lire a un’estranea? Immaginare di rinunciare a una delle poche gioie domenicali che con quella moneta potevano ottenere, quella sorta di premio strameritato dopo il tedio inevitabile della messa a cui erano costretti a partecipare ogni santa domenica, era impensabile. Guardarono la signora stringendo ancora di più la moneta, nel tentativo di difenderla.
– Ehm, no…
– Su, datemi la moneta.
– Ma… no…
– Perché non volete darmi la moneta?
– …
– Coraggio…
– Mammaaaa
– Non chiamate mamma!
– Papààààààààà
– E neanche papà!
– …
– La moneta, dai!
– No…

Lo sguardo della donna, a quel punto, si trasformò. Gli occhi si chiusero a fessura, le labbra si serrarono rigidamente, dalle pupille vennero scagliate frecciate di velenosa oscurità sui due poveri malcapitati. Il cielo divenne in un attimo plumbeo. Nuvoloni carichi di pioggia, lampi, saette e sconosciuti cataclismi, coprirono lo scenario fino a quel momento limpido e sereno.
Così, mentre da lontano una signora si rallegrava per aver appena finito di lucidare i vetri di casa, uno stormo di piccioni si levò in volò, coprendo l’intero isolato di una spietata scagazzata degna del peggior post cenone di Capodanno.

pulizie

Parole di una sconosciuta lingua fuoriuscirono dalla bocca della strana signora…
– /+ùà-*u,mposd$/)=^ifapo ayofapo tpa”!*oksf=^apokf savs;,dsfoa sdf’aìsì’2sodfsdka

Increduli, i due bambini si resero conto che quella doveva essere una maledizione e una forza arcana e divinatoria li pervase. La loro bocca si mosse, modulata da un inedito dialetto bergamasco, facendo loro esclamare due parole a quell’epoca insignificanti ma profetiche:
– LEGA NORD!

La donna inarcò perplessa le sopracciglia e, prima di andar via, puntò il dito contro la preziosa moneta che i due bambini tenevano stretta tra le dita. Pronunciò un’altra frase incomprensibile e poi se ne andò, continuando a imprecare. Così, mentre nel cielo tornava il sereno e nei volti dei nostri sfigati eroi presero forma mille dubbi, legati principalmente all’ultima frase pronunciata da loro stessi, la vita parve riprendere il suo normale corso. Ma oramai la maledizione era stata lanciata, insieme alle imprecazioni della signora del palazzo accanto che ora doveva nuovamente pulire i vetri.

Cosa ne sarà dei due bambini? Perché quel gettone, ancora oggi, è simbolo di maledizione? Lo scoprirete solo nella prossima puntata…

P.S.: fonti certe ci informano che la donna in questione, qualche anno dopo, abbandonò il lavoro di estorsioni da quattro soldi per entrare in politica. Attualmente è indagata per reati di vario tipo. Quando si dice “far carriera”.