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Ubuntu, la cultura come occasione di cambiamento

La storia di resistenza culturale di cui vi parleremo oggi si svolge a Putignano. Nella cittadina famosa per il carnevale, meno di due anni fa, nasce Ubuntu, un’associazione che propone eventi culturali, economicamente accessibili, con l’intento di promuovere la cultura come strumento di emancipazione e sviluppo civile. A raccontarci questa storia sarà la sua presidentessa, Alessandra Dalena.alessandra dalena

Partiamo dal nome. Ubuntu. I nerdoni lo associano immediatamente a Linux, ma il significato del termine può essere riassunto nel legame di scambio che unisce le persone. È per questo che avete chiamato così l’associazione?
Assolutamente sì. Ci ha ispirati la storia dell’antropologo che propose un gioco ad alcuni bambini africani. Mise un cesto di frutta vicino a un albero e disse ai bambini che chi l’avesse raggiunto per primo lo avrebbe vinto. Quando fu dato il segnale per partire, tutti i bambini si presero per mano e corsero insieme. Una volta preso il cesto si sedettero e gustarono la frutta. Quando fu chiesto ai bambini perché avessero corso tutti insieme risposero: “Ubuntu, come potrebbe essere felice uno, se tutti gli altri sono tristi?” Ubuntu nella cultura africana sub-sahariana, vuol dire: io sono perché noi siamo. È anche il nome di una bevanda del commercio equo e solidale, nonché, come dicevi tu, il nome di un sistema operativo open source. Con questa modalità vogliamo aggregare persone attorno a un progetto culturale che parta dal basso e che, occupandosi principalmente di teatro, permetta al maggior numero di persone di godere di spettacoli a un costo accessibile, nello spirito di una comunità che vuole ritrovare il senso dello stare insieme.ubuntu associazione

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Smontando il sipario: il teatro oltre i luoghi comuni

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Il gran teatro La Fenice di Venezia. (foto: Wikipedia)

Chiudete gli occhi e cercate di immaginare una sera a teatro. Fatto?
La vostra mentre avrà probabilmente prodotto immagini che sanno di naftalina: vecchie signore impellicciate con monocoli o uomini, barba e baffi bianchi, che discutono di finanza e della prossima battuta di caccia alla volpe. Tutto legittimo, per carità: la nostra idea di teatro è indissolubilmente e inspiegabilmente legata alla ricchezza, all’alta borghesia, alla puzza sotto il naso.

Dico inspiegabilmente perché, quando si leggono i testi dei più antichi autori di opere teatrali ed in particolare di commedie, sono frequenti i riferimenti ad un pubblico molto numeroso e variegato per classe sociale, che esprime rumorosamente il proprio apprezzamento e il proprio dissenso e che partecipa attivamente allo spettacolo a cui sta assistendo: praticamente un pubblico degno di “Uomini e donne”.

La centralità che il teatro assume nell’antichità vuol dire, tra l’altro, che i nostri antenati avevano capito qualcosa che a noi, ormai, sfugge: il teatro sa di uomo, parla di noi, ci conosce, scandaglia i nostri sentimenti, mette in scena i nostri pensieri, le nostre paure e ce le sbatte quasi in faccia grazie a quel retrogusto di verità che dal palcoscenico – sia ben inteso, calcato da bravi attori che recitano un ottimo testo – giunge diretto ai sensi di chi assiste. Continua a leggere