Smontando il sipario: il teatro oltre i luoghi comuni

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Il gran teatro La Fenice di Venezia. (foto: Wikipedia)

Chiudete gli occhi e cercate di immaginare una sera a teatro. Fatto?
La vostra mentre avrà probabilmente prodotto immagini che sanno di naftalina: vecchie signore impellicciate con monocoli o uomini, barba e baffi bianchi, che discutono di finanza e della prossima battuta di caccia alla volpe. Tutto legittimo, per carità: la nostra idea di teatro è indissolubilmente e inspiegabilmente legata alla ricchezza, all’alta borghesia, alla puzza sotto il naso.

Dico inspiegabilmente perché, quando si leggono i testi dei più antichi autori di opere teatrali ed in particolare di commedie, sono frequenti i riferimenti ad un pubblico molto numeroso e variegato per classe sociale, che esprime rumorosamente il proprio apprezzamento e il proprio dissenso e che partecipa attivamente allo spettacolo a cui sta assistendo: praticamente un pubblico degno di “Uomini e donne”.

La centralità che il teatro assume nell’antichità vuol dire, tra l’altro, che i nostri antenati avevano capito qualcosa che a noi, ormai, sfugge: il teatro sa di uomo, parla di noi, ci conosce, scandaglia i nostri sentimenti, mette in scena i nostri pensieri, le nostre paure e ce le sbatte quasi in faccia grazie a quel retrogusto di verità che dal palcoscenico – sia ben inteso, calcato da bravi attori che recitano un ottimo testo – giunge diretto ai sensi di chi assiste.

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Il Teatro Antico di Taormina. (foto: Wikipedia)

Un’altra delle critiche mosse al teatro riguarda la distanza, quasi incolmabile, che sembra esserci tra testi teatrali e realtà: in primo luogo ci sarebbe da ragionare su quanto sia falso ciò che la tv ci spaccia per vero prendendoci, per di più, serenamente per i fondelli quando, per esempio, chiama con il nome di reality ciò che di più lontano dalla realtà esista.

Facciamo anche un’altra considerazione, prendendo in esame, a titolo di esempio, la trama della “Medea del tragediografo Euripide (480-406 a.C.): donna, straniera e non molto sana di mente, abbandonata da compagno stronzo e approfittatore decide di uccidere i figli per vendetta. Quante puntate di “Pomeriggio Cinque” avrebbe potuto ricavarci la d’Urso?

Anche in tempi più recenti, non mancano testi altrettanto coinvolgenti: per citarne uno, basti ricordare “Il dio del massacro”, opera del 2006 firmata dalla francese Yasmina Reza e fedelmente ripresa da Roman Polanski in “Carnage” del 2011, in cui due coppie discutono – dapprima educatamente, poi sempre meno – dei loro figli che sono venuti alle mani. Dal testo emerge una critica feroce al perbenismo di cui sono spesso ammantati i rapporti sociali e all’incapacità di persone, pure adulte e socialmente riconosciute, di stabilire relazioni civili con i propri simili. Alzi la mano chi non ci si riconosce.

C’è un ulteriore merito che va riconosciuto al teatro antico, e in particolare alla tragedia greca e a sottolinearlo è stato Jean Pierre Vernant, antropologo, storico della filosofia e delle religioni: grazie ad essa, dice lo studioso, si è sviluppata negli uomini la coscienza del fittizio, ovvero la consapevolezza che ciò a cui stanno assistendo, sia pure esso profondamente reale, è qualcosa che nella realtà non esiste.

Sembra quasi un paradosso, però proviamo a pensare al sentimento di paura provato da coloro che assistettero per la prima volta all’arcinoto film dei fratelli Lumière, quello che rappresenta l’arrivo di un treno alla stazione.

Essi sanno che il treno esiste, magari ci hanno anche viaggiato tante volte, ma non sanno ancora distinguere che ciò che vedono, pur essendo vero, non è reale.

Stesso discorso si può fare, andando indietro nel tempo. per gli spettatori di una delle più antiche tragedie – ormai perduta – scritta da un autore greco di nome Frinico: “La presa di Mileto” – questo il titolo dell’opera in questione – raccontava di un episodio storico avvenuto pochi anni prima rispetto al momento in cui la tragedia fu messa in scena e i Greci alla vista dello spettacolo reagirono disperandosi, come se gli eventi sanguinosi rappresentati stessero avvenendo in quel momento.

Il teatro, dunque, è riuscito ad abituare gli uomini all’idea che esiste una realtà che agisce quasi come uno specchio: l’uomo ritrova se stesso, la sua vita, la sua realtà in un’opera letteraria che è opera di fantasia e, in quanto tale, irreale. Ognuno di noi ha un parente o un amico che si commuove, si altera, fa la ola da solo sul divano guardando programmi che solleticano i sentimenti umani: provate a chiedergli se ha la “coscienza del fittizio”, la risposta potrebbe essere parecchio interessante!

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